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Piccola Lucy, la bambina trovata a Dikika in Etiopia, il reperto archeologico umano più antico trovato finora

  Autore: Tiziana Moriconi

  giovedì 21 dicembre 2006 ore: 00:00:00 - letto [ 973 ]

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Località Dikika in Etiopia, tre anni di campagne di scavo, dal 2000 al 2003: vengono fuori buona parte del cranio, la mandibola completa di denti, parte del cinto scapolare, la colonna vertebrale, le costole, parte del braccio compresa la mano, le gambe e il piede sinistro. Poi ci sono voluti altri cinque anni per pulire il fossile ed effettuare le analisi: è una femmina (probabilmente) e ha 3,3 milioni di anni. Soprattutto, è il fossile di Australopitecus afarensis più giovane che sia stato scoperto.

Reperti come questo non si trovano tutti i giorni e permettono di cominciare a fare un po’ di luce su questioni che fino ad ora non potevano essere neanche dibattute. La descrizione dello scheletro secondo le prime analisi è apparsa il 21 settembre sulla rivista Nature. La straordinarietà della scoperta sta nell’età del fossile, che lo rende il bambino più antico di cui la paleontologia umana disponga, ma anche il fatto che con i suoi soli tre anni di età e per la sua completezza, fornisce fondamentali informazioni sullo sviluppo (ontogenesi) sia del cranio che dello scheletro e sull’evoluzione cerebrale di questi ominidi.

Per stabilire l’età di un individuo fossile ci si basa su diversi parametri, in particolare sull’eruzione dei denti, per quelli più giovani, o sul consumo dello smalto. “Con reperti non completamente adulti è più facile, perché è sufficiente considerare la sequenza di eruzione dei denti e la fusione delle ossa lunghe”, spiega Emiliano Bruner dell’Istituto Italiano di Antropologia, presso l’Università La Sapienza di Roma. “Per questo fossile è stato appunto utilizzato il primo metodo, grazie alla tomografia computerizzata che permette di identificare nella mascella i denti non ancora fuoriusciti. Ovviamente bisogna utilizzare degli standard, e in questo caso per la stima dell’età, come anche per la stima del sesso, basata sull’espressione di alcuni tratti morfologici, sono stati utilizzati i modelli conosciuti per le grandi scimmie africane, gorilla e scimpanzé. È una estrapolazione, ma non ci sono metodi alternativi”.

Il sedimento ha restituito anche il calco naturale del cervello, e tra le parti più importanti ritrovate vi è l’osso ioide, una struttura particolarmente fragile, che si rinviene raramente, connessa con la vocalizzazione nelle grandi scimmie e con il linguaggio negli esseri umani. “La presenza dell’osso ioide permette di formulare ipotesi sulle loro capacità di vocalizzazione, e quindi di conseguenza sulla loro eventuale struttura sociale”, continua Bruner. Il fossile, però, fa luce prima di tutto sul tipo di locomozione di questi ominidi. “Gli australopiteci avevano arti inferiori adatti alla locomozione bipede, ma arti superiori utili per muoversi sugli alberi, con braccia lunghe e falangi ricurve. Il fossile di Dikika conferma questa organizzazione degli arti. Sappiamo inoltre che il loro orecchio interno, che regola l’equilibrio, era simile a quelle delle scimmie antropomorfe africane, e che il loro polso permetteva un’andatura inclinata come quella di scimpanzé e gorilla”.

La “bambina di Dikika” è stata trovata dall’autore dello studio, Zeresenay Alemseged del Max-Planck-Institut per l’antropologia evoluzionistica di Lipsia (Germania) e direttore del Dikika Research Project, dopo circa trent’anni dal ritrovamento di Lucy, probabilmente il fossile di ominide più famoso, anch’esso Australopitecus afarensis. La scoperta di Lucy ad opera dell’antropologo Donald Johanson, era infatti avvenuta nel 1974: si trattava di uno dei primi afarensis ad essere trovato ed è tutt’ora tra i più completi: si tratta di una femmina adulta risalente a circa 3, 18 milioni di anni fa. Ora i due fossili potranno essere comparati ed è da questo confronto che emergeranno altre informazioni sull’ontogenesi e sulle caratteristiche della specie.

“Questo piccolo afarensis, in realtà, non ci dice quasi nulla di nuovo”, conclude Bruner, “ma la sua completezza e la sua giovane età ci confermano molte ipotesi per ora solo accennate a causa delle evidenze troppo frammentarie”.


AGGIORNAMENTO del 25.06.2010Kadanuumuu: il fratello grande di Lucy
di Simona Cerrato

Si tratta di uno scheletro di un ominide della stessa specie di Lucy, Australopithecus afarensis, che risale a circa 3,6 milioni di anni fa.
NOTIZIE – Lo scheletro, che è completo per il 40%, è quello di un uomo, adulto, alto con gambe lunghe. Per questo è stato chiamato Kadanuumuu che nella lingua Afar, la lingua parlata nella zona dell’Etiopia dove è stato rinvenuto, significa appunto “uomo grande”.

Si tratta di un ominide circa 500.000 anni più vecchio di Lucy, e mostra però già caratteristiche che lo differenziano dalle scimmie antropomorfe e che permettono di definirlo un antenato umano: le lunghe gambe, la forma del torace e del bacino… tutto dice che aveva giù assunto la postura eretta e camminava su due gambe. È alto tra i 150 e i 170 centimetri, cioè circa il 30% in più di Lucy, le scapole assomigliano più a quelle di un uomo moderno o di un gorilla piuttosto che a uno scimpanzé, e in base alla forma delle costole si può dedurre che anche la cassa toracica fosse più simile alla nostra che a quella degli scimpanzé, e in generale le proporzioni del corpo si differenziano da quelle delle scimmie antropomorfe.

Malgrado il teschio sia andato perso, lo scheletro di Kadanuumuu conserva altri pezzi che non erano ancora stati trovati in altri fossili della stessa specie, in particolare le costole e la scapola.

La scoperta è stata pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences da Yohannes Haile-Selassie, un paleoantropologo etiope che lavora al Cleveland Museum di Storia Naturale dell’Ohio, e colleghi. Ma la storia precedente, dal primo avvistamento allo scavo, è già stata oggetto di altre pubblicazioni. Nel 2005, la rivista Science riporta come lo scheletro sia venuto alla luce in seguito al ritrovamento di un braccio che emerge dal terreno a da parte di un collega di Yohannes Haile-Selassie a Woranso-Mille, una cinquantina di chilometri da Hadar, il luogo del ritrovamento di Lucy. Nei quattro anni successivi sono stati ritrovati le scapole, le costole e le vertebre del collo, il bacino un braccio e le gambe. Anche se mancano i denti e il teschio (che servono normalmente per identificare la specie) gli esperti concordano che Kadanuumuu appartenga effettivamente alla specie Australopithecus afarensis.

Per la storia raccontata dallo scopritore in persona si può vedere l’intervista video sul sito della National Science Foundation americana che ha finanziato la ricerca.


Aggiornamento del 12.02.2011Lucy camminava come un uomo modernoEnrica Battifoglia - Redazione ANSA

Lucy aveva piedi arcuati come quelli dell'uomo moderno e, con gli ominidi suoi simili si spostava soprattutto camminando o correndo gia' 3,2 milioni di anni fa. E' stato sufficiente un piccolo osso del piede, descritto da Science nell'edizione online, a chiarire un dubbio che da almeno 20 anni divide il mondo scientifico e a spostare indietro di un milione di anni l'epoca in cui gli antenati dell'uomo hanno lasciato gli alberi.

La ricerca, condotta dalle universita' del Minnesota e dell'Arizona, scrive una nuova pagina nella storia dell'evoluzione umana e dimostra che nel periodo compreso fra 3,2 e 2,9 milioni di anni fa gli ominidi del genere Australopithecus afarensis, immediati predecessori dell'uomo, non si spostavano attraverso gli alberi ma camminavano eretti.

''Sapere che Lucy e i suoi parenti avevano i piedi arcuati cambia molte delle cose che sappiamo su di loro, per esempio dove vivevano, come mangiavano e come evitavano i predatori'', ha detto la coordinatrice della ricerca, l'anatomista Carol Ward, dell'universita' del Missouri. ''Lo sviluppo di piedi arcuati - ha aggiunto - e' stato un cambiamento fondamentale'' e dimostra che ''i nostri antenati avevano definitivamente abbandonato la vita sugli alberi''.

Per il paleontologo Lorenzo Rook, dell'universita' di Firenze, la scoperta sposta indietro di un milione di anni l'epoca della transizione dalla vita sugli alberi a quella terrestre. La prima sembra quindi diventare tipica di un ominide piu' antico, l'ardipiteco vissuto circa 4 milioni di anni fa. A risolvere il dilemma che ha fatto discutere i paleontologi fin dal 1973, anno della scoperta dei resti di Lucy, e' un piccolo osso di metatarso, la struttura che collega le dita alla base del piede. Le ossa hanno molte caratteristiche simili a quelle del piede dell'uomo moderno e sono, di conseguenza, molto diverse da quelle degli altri primati.

I piedi di Lucy e degli ominidi simili a lei erano abbastanza arcuati e forti da esercitare una pressione sul suolo, ma anche abbastanza flessibili da assorbire degli urti. In sostanza, l'osso fornisce una prova schiacciante del fatto che gia' 3,2 milioni di anni fa i piedi avevano completato il processo di transizione da strutture specializzate nell'afferrare in ''strumenti'' ideali per camminare e correre su due gambe.

L'osso, in ottime condizioni, e' stato scoperto in Etiopia, ad Hadar, la localita' chiamata anche ''il sito della prima famiglia'' perche' ospita la piu' ricca concentrazione di fossili di Australopithecus afarensis, con almeno 250 campioni che appartengono ad almeno 17 individui. Per un altro degli autori, William Kimbel, dell'univrsita' dell'Arizona, ''il lavoro che sta proseguendo ad Hadar sta portando alla luce rare parti dello scheletro assolutamente critiche per comprendere come si e' evoluta la nostra specie''.



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allegato, kadanuumuu.jpg


kadanuumuu

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Fonte

 

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Fonte aggiornamento
http://oggiscienza.wordpress.com/20...

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Fonte aggiornamento
http://www.ansa.it/web/notizie/rubr...








 

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