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Attacchi di panico c’è un doppio meccanismo, nascosto nell’amigdala del cervello

  Autore: DANIELE BANFI

  giovedì 2 maggio 2013 ore: 00:00:00 - letto [ 1655 ]

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Helen (chiamiamola così, con un nome di fantasia) è una donna dotata di una caratteristica che tutti, nel bene o nel male, avremmo voluto possedere almeno una volta: l’assenza totale del sentimento di paura. Una situazione che purtroppo le rende la vita impossibile, perché la paura - quella autentica, cioè fisiologica - è assolutamente necessaria alla sopravvivenza.

Helen è capace di stare tranquilla nella gabbia di un leone inferocito, di non avere nessuna reazione di fronte a un serpente nascosto nella borsa, di sorridere a un rapinatore che le punta una pistola alla tempia. Ha una malattia che condivide con poche altre persone al mondo, ma che, inaspettatamente, potrebbe condizionare il trattamento futuro degli attacchi di panico. Ad affermarlo è uno studio, di prossima pubblicazione su «Nature Neuroscience», ad opera degli scienziati della University of Iowa. Perché per la prima volta in assoluto Helen, nonostante la patologia, è stata colta inaspettatamente da un attacco di panico.

Come spiega Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento interaziendale di Salute mentale all’Università di Siena, «mentre l’assenza di paura, nota con il nome di «malattia di Urbach–Wiethe», è una patologia rarissima, gli attacchi di panico sono un disturbo sempre più diffuso nella popolazione. Secondo le statistiche più recenti, a soffrirne sarebbe quasi il 3,5% della popolazione mondiale. Una malattia caratterizzata da intenso disagio, attacchi d’angoscia, terrore di perdere il controllo, continua preoccupazione della possibilità di sperimentare nuovi attacchi, tendenza ad evitare quei luoghi dove gli attacchi stessi si sono verificati o potrebbero verificarsi, oltre a una serie di sintomi «forti», come batticuore, difficoltà a respirare, vertigini, senso di estrema debolezza, tremori, sudorazione, formicolii, dolori al petto e un’incontrollabile paura di morire». Per quanto temuto, l’attacco arriva di solito del tutto inaspettato e a volte, nei casi più gravi, può presentarsi molte volte nell’arco di una giornata. Una situazione di invalidità, poiché la persona, oltre che durante la manifestazione della patologia, vive in un perenne stato di ansia in attesa dell’attacco successivo. E infatti all’inizio della malattia i pazienti si recano in continuazione al pronto soccorso, costringendo anche i familiari a stressanti e quasi continue emergenze.

«Oggi - continua Fagiolini - la strategia migliore per curare questo genere di disturbi prevede un duplice approccio. Da un lato c’è quello relativo alla psicoterapia, per esempio cognitivo-comportamentale, volta a razionalizzare l’attacco per poterlo affrontare e sconfiggere attraverso tecniche di desensibilizzazione. Dall’altro c’è l’approccio farmacologico, non indipendente dal primo: attraverso la somministrazione di “vecchi” farmaci come le benzodiazepine è possibile attenuare immediatamente i sintomi dell’attacco di panico e attraverso interventi con farmaci antidepressivi - che funzionano anche contro l’ansia- è possibile prevenire nuovi attacchi». Approcci validi, che consentono di curare la malattia con discreto successo, ma che, in base agli ultimi risultati pubblicati dagli scienziati statunitensi, potrebbero subire in futuro ulteriori e notevoli miglioramenti. Perché grazie ad Helen (e ad alcune persone che soffrono della stessa malattia), si è scoperto che il meccanismo che porta alla genesi degli attacchi di panico è diverso da quanto si pensava finora.

«Ad oggi - spiega Fagiolini - una delle teorie più accreditata, che spiega come si originano gli attacchi, è quella che vede come protagonista l’amigdala, una porzione del cervello implicata in particolar modo nell’elaborazione delle emozioni e della paura. Si era sempre pensato che una sua iperattivazione fosse alla base dell’attacco di panico. Un’ipotesi suffragata dal fatto che le persone che presentano danni all’amigdala, in particolare la sua distruzione - come avviene nel caso di Helen e delle persone affette dalla malattia di Urbach–Wiethe - sono immuni dal sentimento di paura».

Una teoria che, però, alla luce dello studio pubblicato su «Nature Neuroscience», potrebbe subire notevoli cambiamenti. Il motivo è presto detto: nonostante i danni all’amigdala, le persone affette dalla malattia, che pure erano rimaste indifferenti ad esperienze esterne che avrebbero terrorizzato chiunque, sono state colpite da attacchi di panico. Come? Studiando in modo più approfondito la patologia, gli scienziati statunitensi hanno fatto inalare loro una miscela di ossigeno ed anidride carbonica al 35% che ha innescato l’attacco. Un risultato che ha lasciato impressionati gli studiosi, che mai si sarebbero aspettati una situazione del genere. Come interpretare, quindi, il risultato?

«Quanto accaduto - continua Fagiolini - insegna che l’amigdala, a differenza di quanto si pensava, può svolgere un duplice ruolo. Nel caso dello studio l’attacco di panico è stato scatenato dall’eccesso di anidride carbonica nel sangue, in modo più violento, intenso e frequente di quanto osservato in un gruppo di controllo. Ciò significa che, se l’amigdala funziona bene, può inibire il panico dovuto a stimoli interni. Quando è danneggiata, come nel caso dello studio, il controllo viene meno. Al contrario, invece, quando lo stimolo è esterno - come quando ci si ritrova in una situazione di pericolo -, il danno all’amigdala rende immuni dalla paura generata da eventi esterni».

Risultati che costringono ora gli scienziati a ripensare la funzione di questa piccola ma fondamentale porzione del cervello che ha la forma di una mandorla (in latino amygdala significa mandorla). Anche se lo studio necessiterà di ulteriori indagini, qualora la nuova teoria risultasse fondata è possibile pensare a nuovi approcci nel trattamento degli attacchi di panico. «Avendo scoperto questa duplice funzione, si potranno sviluppare farmaci che agiscano, in modo molto più selettivo, sui circuiti cerebrali dell’amigdala. Non solo - conclude Fagiolini -. Alla luce di questi risultati si apre la prospettiva di trattare il disturbo attraverso nuove tecniche di neuromodulazione, come la stimolazione magnetica transcranica, un approccio indolore ancora poco utilizzato ma dalle grandi potenzialità, soprattutto se sarà possibile calibrarlo meglio in base alle informazioni ottenuti da studi come quello americano».



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Fonte
http://www.lastampa.it/2013/05/01/s...








 

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