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Anni di processo per sessanta centesimi. Giudici, pubblici ministeri, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari, tutti impegnati a lavorare intorno a una tentata estorsione che non raggiunge l’euro

  Autore: Andrea Ossino

  lunedì 25 marzo 2013 ore: 00:00:00 - letto [ 1673 ]

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ROMA - Anni di processo per sessanta centesimi. Giudici, pubblici ministeri, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari, tutti impegnati a lavorare intorno a una tentata estorsione che non raggiunge l’euro.
Succede anche questo a piazzale Clodio, dove le udienze si dilatano e la giustizia deve fare i conti con un numero infinito di lentezze. È in corso nelle aule del palazzo di giustizia il processo a Riadh Chraiet, un tunisino di 43 anni, che siede sul banco degli imputati con l'accusa di tentata estorsione. Non c’è criminalità organizzata dietro il suo gesto. Riadh è senza fissa dimora, vive di espedienti, in genere cerca di mantenersi chiedendo l’elemosina, o anche di racimolare qualche soldo come parcheggiatore abusivo di biciclette.

LA STORIA
Era il marzo del 2011 quando il tunisino vede un ciclista accostarsi per parcheggiare vicino via Tuscolana. Come di consueto, gli si avvicina e gli chiede qualche moneta. Una cosa che per le strade di Roma accade mille volte. In questo caso, però, inizia una discussione che finisce con il tunisino che desiste e che dice: «Peggio per te. Magari trovi la bicicletta rotta». La storia, quindi, non finisce lì, perché il padrone della bici decide di rivolgersi ai carabinieri, spiegando quanto è accaduto e denunciando l’episodio. Riadh Chraiet viene identificato e la macchina della giustizia comincia a muoversi. La denuncia viene trasmessa in procura, viene chiesto il rinvio a giudizio e il gip manda il tunisino a processo.

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Il parcheggiatore abusivo si ritrova in aula a doversi difendere dall’accusa di tentata estorsione, anche se quello che chiedeva erano 60 centesimi. Un’elemosina. Il reato in questione, poi, per il Codice penale, è un crimine molto grave e ha tempi di prescrizione lunghi. Così, è facile immaginare, che se il Tribunale dovesse decidere di condannare Riadh, il suo avvocato, nominato d’ufficio perché l’imputato non ha un soldo per pagarselo, porterà la questione in appello e poi in Cassazione. Tutto a spese dello Stato, perché il tunisino è stato ammesso al gratuito patrocinio. L’avvocato Angelina Pepe, nominata per assisterlo, ritiene che «gli atti d'indagine dovrebbero essere più completi e non limitarsi ad analizzare solo le querele depositate». «Spesso - aggiunge il difensore dello straniero - si tratta di querele strumentali. Basti pensare a questo caso, è un fatto troppo importante in un sistema di economia processuale».



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Fonte
http://www.ilmessaggero.it/articolo...








 

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