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La voce interna usa i circuiti visivi e uditivi i quali, a loro volta, attivano precise aree della corteccia cerebrale temporale

  Autore: Cesare Peccarisi

  mercoledì 27 febbraio 2013 ore: 00:00:00 - letto [ 1804 ]

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Quando nel 2006 Windows lanciò l’assistente vocale per la lettura di un testo visualizzato sullo schermo del computer sembrava una grossa novità . Il nostro cervello questa funzione l’ha invece sempre avuta, quantomeno fin da quando è stata sviluppata la scrittura.

LA VOCE DENTRO DI NOI - Ma come funziona il nostro assistente vocale interno, quella voce silenziosa che sentiamo nella nostra testa quando leggiamo un giornale o un libro ?
Vari studi hanno dimostrato che durante la lettura aumenta l’attività metabolica della corteccia cerebrale uditiva, soprattutto nelle aree deputate al riconoscimento vocale, indicando che leggere induce un aumento dell’attività nervosa delle aree cerebrali dell’ascolto, anche se, in effetti, veri suoni non ce ne sono. Ma si tratta di un meccanismo automatico diretto o il nostro assistente vocale viene attivato attraverso altri circuiti accessori? Un gruppo di ricercatori francesi e cileni, rispettivamente delle Università di Lione e Marsiglia e di Santiago del Cile, hanno pubblicato sul Journal of Neuroscience uno studio che ha cercato di capirlo usando la risonanza magnetica funzionale che consente di individuare quali aree del cervello si attivano in funzione di una certa attività mentale.

UN CIRCUITO COMPLESSO - I ricercatori franco-cileni hanno scoperto che la voce interna che pronuncia mentalmente le parole che leggiamo si avvale del contributo sia dei circuiti visivi sia di quelli uditivi i quali, a loro volta, attivano precise aree della corteccia cerebrale temporale secondo una precisa sequenza: la temporale superiore traduce la scrittura in suoni e la laterale li rende intelligibili. Questa zona posta vocino alla tempia è chiamata circonvoluzione di Wernicke, dal nome del neurologo polacco che all’inizio del '900 capì che qui risiedono i sistemi che regolano il linguaggio espressivo consentendoci di produrre le parole nel giusto ordine sequenziale e temporale in modo da essere capite. Quando leggiamo ad alta voce l’area di Wernicke invia le sue informazioni a un’altra area chiamata di Broca, dal nome del neurologo francese Paul Broca che scoprì come quest’area serva a produrre il linguaggio che viene ottenuto mandando i suoi impulsi alle aree motorie che controllano i muscoli della laringe e della lingua che ci fanno parlare. Se usiamo solo l’assistente di lettura non c’è, però, bisogno di emettere suoni articolati e il circuito si ferma all’area di Wernicke dove le parole lette sono prima tradotte e rese comprensibili e poi inviate in forma di impulsi all’area acustica che ce le fa sentire.

L’ATTENZIONE - C’è infine un altro fattore importante. Ai soggetti dello studio venivano presentate in sequenza parole luminose su uno schermo e l’attivazione del circuito visivo-temporale-acustico che ne derivava è risultata fortemente correlata al livello di attenzione che i soggetti riservavano alle parole presentate: più stavano attenti a ciò che leggevano, più il circuito si attivava e viceversa. È peraltro esperienza comune che in una lettura superficiale e disattenta le parole sembrano scorrere in silenzio e le ricordiamo a malapena, evidentemente perché il nostro assistente vocale non viene fatto scendere in campo con tutte le sue potenzialità.

CINESE E ITALIANO - Ma come si comporta questo assistente vocale in una lingua completamente diversa dalla nostra, come il cinese? L’italiano o il francese sono lingue basate sull’alfabeto e le lingue latine in genere si basano su concetti astratti, mentre il cinese si basa su pittogrammi formati da caratteri simbolici stilizzati che si riferiscono a oggetti reali. Secondo un altro studio appena pubblicato su PNAS da ricercatori francesi e di Taiwan, rispettivamente delle Università di Parigi e di Taipei, ad aiutare l’assistente vocale dei cinesi ci pensa un’altra area cerebrale chiamata area di Exner, dal nome del neurologo austriaco, contemporaneo di Freud e del quale aveva anche lo stesso nome: Siegmund. Exner scoprì che questa zona dell’emisfero sinistro controlla la scrittura, un controllo sia attivo che passivo, cioè sia della lettura della scrittura che della sua produzione, tant’è vero che uno studio francese dell’Institut national de la santé et de la recherche médicale pubblicato quest’estate su Neuroimage ha evidenziato che nei bambini dislessici con problemi di lettura, quest’area è più sviluppata del normale perché la usano per compensare parzialmente le loro difficoltà, cercando di risalire alla parola attraverso i movimenti delle dita che la scrivono.

LA VOCE DALLE DITA - L’area di Exner infatti è un’area cosiddetta premotoria, cioè è capace di immaginare quali movimenti servono per ottenere un certo risultato: nel caso della scrittura prevede quali movimenti compiono le dita della mano per vergare una certa lettera o, nel cinese, un certo segno stilizzato, a prescindere che corrispondano a un concetto astratto o concreto. Se provate a scrivere tenendo gli occhi chiusi vi troverete un po’ nella stessa situazione di chi legge un pittogramma: sarà infatti quest’area a guidare la vostra mano e se poi leggete mentalmente cosa state scrivendo il vostro assistente vocale riuscirà a farlo con l’aiuto dell’area di Exner che traduce i movimenti della mano nelle parole della frase scritta, parole che successivamente l’area di Wernicke renderà intelligibili avviando il solito processo che si verifica quando quelle parole le vedete scritte su un foglio di carta. In definitiva l’assistente vocale dei cinesi legge anche con le mani, mentre il nostro soprattutto con gli occhi, ma alla fine tutti sentiamo la sua voce allo stesso modo.



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Fonte
http://www.corriere.it/salute/neuro...








 

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