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Vivere in città, dove i raggi solari filtrano poco a causa della presenza dei palazzi, non aiuta a sintetizzare vitamina D

  Autore: n/a

  martedì 19 febbraio 2013 ore: 00:00:00 - letto [ 1796 ]

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Un tempo, secondo gli antropologi, la pelle degli esseri umani era per lo più scura.
Poi, con le migrazioni dai Paesi vicino alla fascia equatoriale verso latitudini più elevate ha fatto sì che gli adattamenti evolutivi favorissero uno schiarimento della pelle – cosa che si può tradurre con il concetto di: meno sole, meno necessità di produrre melanina e scurire la pelle per proteggersi.

E proprio di modifiche al colore della pelle, di melanina, di esposizione ai raggi solari e produzione di vitamina D si è parlato al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science che si è tenuto a Boston dal 14 al 18 febbraio.
A trattare l’argomento è stata la professoressa Nina Jablonski, antropologa della Pennsylvania State University, la quale ha spiegato come la melanina abbia aiutato gli esseri umani a mantenere il delicato equilibrio tra una eccessiva o scarsa esposizione alla luce solare.

Questo processo, che si è evoluto nel tempo, ha permesso attraverso la radiazione ultravioletta la produzione di vitamina D: un elemento essenziale che permette all’organismo di assorbire il calcio, mentre protegge la pelle dalle radiazioni ultraviolette intense.
Una eccessiva esposizione alla luce solare, secondo gli esperti, può tuttavia causare la distruzione di acido folico, che è anche essenziale per la divisione cellulare.

A un’eccessiva esposizione solare, che un tempo era compensata da una maggiore produzione di melanina nelle zone equatoriali, oggi che la maggior parte delle persone vive in città e in aree del mondo lontane dall’equatore, si contrappone un’esposizione al Sole molto limitata. La stessa pelle non produce più grandi o adeguate quantità di melanina.
Se circa il 60% della popolazione mondiale vive nelle città, la maggioranza di essi lavora e vive per la maggior parte del tempo al chiuso, riducendo ancora di più l’esposizione alla luce diurna o solare. Accade di conseguenza che anche la produzione di vitamina D si riduce drasticamente, ha spiegato Jablonski.

Secondo l’antropologa, i problemi di salute sono aggravati quando le persone non ricevono abbastanza luce solare, o quando vi è una mancata corrispondenza tra la loro pigmentazione della pelle e le radiazioni ultraviolette.
«Questo, per molte persone, può portare a una catastrofica situazione riguardo la vitamina D», ha spiegato nella nota Penn State la prof.ssa Jablonski. Ma se la preoccupazione è quella di sviluppare una qualche forma di cancro della pelle a seguito di un’esposizione che l’organismo non è più in grado di gestire correttamente, perché non più abituato ai raggi solari, secondo l’antropologa «Di gran lunga, il modo più sicuro e più economico è quello di utilizzare integratori vitamina D, che sono ampiamente disponibili nei negozi». Ma, forse, se ci fosse un maggiore equilibrio tra il tempo passato senza esporsi al Sole per tutto l’anno e quello in cui ci si espone per pochi giorni in estate si potrebbero evitare gli effetti negativi che questo comporta.



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Fonte
http://www.lastampa.it/2013/02/19/s...








 

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