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Software per l'anestesia, è possibile vedere lo stato di incoscienza del paziente

  Autore: DANIELE BANFI

  venerdì 11 gennaio 2013 ore: 00:00:00 - letto [ 2502 ]

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E’ il peggiore degli incubi per chi si deve sottoporre a un intervento chirurgico: risvegliarsi durante l’anestesia.

Chi è finito sotto i ferri almeno una volta nella vita lo sa bene. Di leggende metropolitane, a riguardo, ne circolano molte, ma episodi simili, come il risveglio, appunto, per quanto rari, possono verificarsi durante gli oltre 200 milioni di operazioni chirurgiche che si svolgono ogni anno in tutto il mondo. Eppure l’anestesia resta una delle conquiste fondamentali della medicina: è infatti fondamentale per condurre operazioni sempre più precise e mini-invasive, che necessitano della completa immobilità del paziente. Una storia di successi crescenti che ebbe inizio a Boston, nel 1846, quando William Morton realizzò la prima macchina per la somministrazione di anestetici. Grazie alla sua invenzione il medico Warren Jackson riuscì ad effettuare nello stesso anno la prima operazione chirurgica su un paziente completamente sedato. Una vera e propria rivoluzione, destinata a cambiare per sempre la medicina, ma che ancora oggi - sorprendentemente - resta circonfusa da una vera e propria aura di mistero.

In Italia uno dei massimi esperti è Dario Caldiroli, direttore dell’Unità Operativa di Neuroanestesia e Rianimazione della Fondazione Istituto Nazionale Neurologico Carlo Besta di Milano, balzato agli onori della cronaca insieme con la sua équipe e al neurochirurgo Paolo Ferroli per aver effettuato uno dei primi di interventi cerebrali in Europa con l’ausilio della sola anestesia locale.

Dottor Caldiroli, che cosa si intende per anestesia?
«Quando si parla di anestesia generale il rischio è di fare molta confusione con i termini. Per noi addetti ai lavori in questa parola sono racchiusi tre concetti. Il primo è la perdita di coscienza, il secondo è l’analgesia - vale a dire uno stato in cui c’è assenza di dolore - e il terzo è il rilassamento muscolare. Quando tutti e tre i punti vengono soddisfatti, allora si può parlare di anestesia».

Perché il primo punto è particolarmente importante?
«Perché la persona non deve essere in grado di ricordare nulla. Ma cosa vuol dire perdita di coscienza? E’ difficile dirlo così come è difficile stabilire il concetto di incoscienza. Per l’anestesista un paziente incosciente è una persona che ha gli occhi chiusi, che non ha contatto con l’ambiente esterno e che non risponde ad alcuna stimolazione dolorosa».

Quali sono i meccanismi d’azione di questa procedura?
«Prima di tutto occorre precisare che nell’anestesia generale viene utilizzato un mix di farmaci. Mentre per l’analgesia e il rilassamento muscolare si utilizzano gli oppiacei e i curari rispettivamente, per la perdita di coscienza esistono diverse molecole - una su tutte il propofol- il cui meccanismo d’azione è pressoché sconosciuto. Ed è per questo che il campo dell’anestesiologia è ancora una scienza “misteriosa”. Si conoscono molto bene gli effetti, ma non altrettanto i meccanismi».

Ma, se si conosce così poco, come è possibile verificare che la persona sia effettivamente anestetizzata?
«Sino a qualche anno fa l’unico approccio per valutarlo, oltre all’osservazione del paziente sul letto operatorio, era clinico. A seconda del tipo di anestesia somministrata, per vena o inalatoria, si andava a valutare la concentrazione plasmatica o quella dell’emissione respiratoria. Il valore dava un’idea se la persona era effettivamente sotto anestesia totale. Un metodo valido, ma poco accurato. Ecco perché negli ultimi anni si è fatto strada un approccio più strumentale, basato sull’analisi dell’attività cerebrale tramite elettroencefalogramma, l’Eeg. In particolare viene utilizzato il sistema di monitoraggio Bispectral Index, che permette agli anestesisti di accedere a informazioni provenienti dall’Eeg elaborate in misura dell’anestetico somministrato».

In che cosa consiste?
«Attraverso un algoritmo di calcolo il software fornisce al medico un valore numerico che è indice dello stato di coscienza del paziente e che, all’occorrenza, consente di aggiustare le dosi di anestetico da somministrare. Purtroppo, però, questo approccio non è ancora particolarmente diffuso. E’ un peccato, perché la situazione ideale dovrebbe prevedere l’integrazione di questi due metodi».

L’incubo di tutti e svegliarsi durante un’operazione. E’ davvero possibile?
«Sì, il fenomeno è ben noto e prende il nome di “risveglio intraoperatorio”. Si verifica più frequentemente negli interventi d’urgenza e nei parti cesarei, situazioni dove viene somministrata un’anestesia più leggera. In quest’ultimo caso alcune statistiche parlano di risveglio in quasi la metà dei casi. Risveglio che può essere del tutto conscio o accompagnato da amnesie, che però vengono registrate nella memoria implicita. Gli inglesi la chiamano “awareness”, ovvero la memorizzazione di eventi particolari e di specifici occorsi durante l’anestesia».

Quanto ci si deve preoccupare?
«Il fenomeno, tolte le situazioni di emergenza e i tagli cesarei, è abbastanza raro: lo 0,1% delle operazioni. Detto ciò, non è da sottovalutare assolutamente, poiché effetti a lungo termine ce ne sono. Una serie di studi, infatti, ha dimostrato che alcune persone colpite da risvegli intraoperatori sviluppano per un certo periodo disturbi comportamentali, come insonnia e stati d’ansia, e nel peggiore dei casi anche disturbi post-traumatici da stress. Anche al Besta di Milano, attualmente, stiamo lavorando per indagare meglio questa situazione. Ed ecco perché la necessità di integrare i due metodi che ho citato è sempre più pressante per evitare il fenomeno».



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Fonte
http://www.lastampa.it/2013/01/09/s...








 

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