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Straight-tusked elephant ritrovato l'elefante antico che viveva a Roma

  Autore: Laura Larcan

  domenica 21 ottobre 2012 ore: 00:00:00 - letto [ 3274 ]

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Eccezionale scoperta a La Polledrara, appena fuori dalla capitale: un Elephas rimasto impantanato in una palude nel Pleistocene medio perfettamente conservato del periodo in cui il centro Italia era "una terra africana di elefanti", spiega la direttrice dello scavo. E ci sono anche le tracce delle presenza dell'Homo Heidelbergensis

L'Elefante antico che viveva a Roma
E' COMPARSO sulla Terra 800mila anni fa e si è estinto definitivamente 37.500 anni fa. Era fra le specie più diffuse in Europa meridionale, eppure le sue caratteristiche anatomiche non erano ancora perfettamente note. Ma per la conoscenza dell'Elefante antico, il cosiddetto "straight-tusked elephant" (Palaeoloxodon antiquus), ben più grande dei pachidermi attuali, c'è ora una svolta. E' il sito de La Polledrara di Cecanibbio, il giacimento paleontologico databile a 300mila anni fa scoperto nel 1984 a 20 chilometri da Roma, tra le vie Aurelia e Boccea, dove è stato riportato alla luce un esemplare straordinario di "Elephas".

Un unicum, perché completo e con tutte le ossa in connessione. La scoperta è frutto dell'ultima campagna di scavo avviata nel 2011 dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, e per la prima volta potrà essere ammirata dal grande pubblico grazie all'apertura straordinaria (su prenotazione) del deposito. "Da settembre abbiamo ripreso lo scavo archeologico e riportato alla luce tutte le parti dell'animale", racconta Anna Paola Anzidei, direttrice per ventisei anni del sito, affiancata ora da Anna De Santis.

"Con le visite guidate - dice la Anzidei - il pubblico potrà seguire in diretta le ultime fasi dei lavori di indagine di un episodio avvenuto circa 300.000 anni fa, nel Pleistocene medio, eccezionalmente conservatosi fino ad oggi. Quando la campagna romana era davvero una terra africana di elefanti, e per il clima, la varietà del suo ambiente, la ricca vegetazione, la presenza di corsi d'acqua e soprattutto di aree paludose permise ad una fauna ricca e diversificata di prosperare, con elefanti, buoi, cervi, cinghiali, lupi".

Con questo esemplare ritrovato la Polledrara acquisisce un primato in Italia nello studio dell'Elefante antico. Fino ad oggi il sito aveva già restituito resti non completi di una cinquantina di elefanti, tra cui - per la prima volta in Italia - sette crani di individui adulti appartenenti a questa specie, nonché vari esemplari in connessione anatomica, accanto alle altre specie di bue primigenio, lupo, rinoceronte, cervo, uccelli acquatici e soprattutto bufali. Di quest'ultimi sono riemersi proprio con la recente campagna di scavo ben due crani, scoperta di rilievo visto che il bufalo non era ancora documentato nell'Europa meridionale in questo periodo.

Stavolta, però, l'ultimo Elefante sfoggia gli arti ancora tutti in connessione: il cranio e la mandibola, le zanne intatte lunghe quasi quattro metri, inserite perfettamente negli alveoli, le vertebre, l'omero, fino alle articolazioni delle zampe. "La scoperta consente di effettuare per la prima volta in Italia uno studio esaustivo della variabilità dimensionale e morfologica di una ricca popolazione di elefante antico e di compararne le caratteristiche con quelle delle specie viventi", spiega la Anzidei. E le dimensioni dovevano essere davvero notevoli se solo fino alla base del collo l'Elefante misura oltre 4,5 metri.

Inoltre, l'Elefante in questione svela una sua storia personale: l'andamento irregolare del fondo dell'alveo è stato la sua trappola mortale: "L'animale - dice la Anzidei - appare scivolato in avanti all'interno di una depressione colmata di fango da cui non riuscì ad uscire. La posizione degli arti, fortemente flessi, indica che i suoi movimenti, nel tentativo di liberarsi, dovettero essere molto limitati. Le zampe posteriori, con la sinistra allungata e la destra rimasta piegata con il ginocchio in basso ed il piede rivolto verso l'alto, non consentirono all'animale di puntellarsi sul fondo e tentare di rialzarsi".

Ma lo scavo, che si prevede possa essere completato entro l'anno, oltre all'evento naturale dell'impantanamento e della morte dell'animale, ha documentato anche la presenza dell'uomo. E' la prima testimonianza diretta dell'uomo preistorico, l'Homo Heidelbergensis antenato del Sapiens (di cui è stato rinvenuto un molare deciduo), che ha macellato la carcassa dell'animale sia a scopo alimentare sia per ricavare strumenti in osso. "Lo dimostrano i numerosi strumenti litici, distribuiti lungo i fianchi dell'animale che conservavano ancora le tracce d'uso", dice la Anzidei.

Le analisi effettuate al microscopio elettronico in collaborazione con l'università La Sapienza hanno infatti evidenziato su alcuni strumenti tracce lasciate dal taglio della pelle, della carne e dell'osso.

Tra i numerosi frammenti ossei abbandonati nei pressi della carcassa, alcuni sono da riferire alle ossa lunghe dello scheletro. Le zampe anteriori sono perfettamente in connessione, ma l'omero destro è stato interamente asportato. I femori presentano vistose fratture e parti mancanti, con alcuni frammenti del femore destro abbandonati nei pressi, insieme ad un blocco di lava (leucitite) di grandi dimensioni (oltre 20 centimetri di diametro) certamente utilizzato per fratturare le ossa.



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Fonte
http://www.repubblica.it/scienze/20...








 

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