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Mandelbrot, il sognatore che trasformò i numeri in opere d’arte

  Autore: MICHELE EMMER

  mercoledì 17 ottobre 2012 ore: 00:00:00 - letto [ 2390 ]

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Immaginiamo di aver compiuto un lungo viaggio verso un mondo molto lontano che chiameremo Tor’ Bled-Nam. La nostra strumentazione ha captato un segnale che ora è sullo schermo. Che cosa potrebbe essere? Un insetto dall’aspetto inconsueto? Un lago dai riflessi scuri? Un’isola? Zoomiamo all’indietro, riducendo l’ingrandimento. Scopriamo una varietà infinita: non si vedono due zone del tutto identiche. Che cos’è questa strana e meravigliosamente intricata terra? Questo mondo non è altro che un pezzo di matematica astratta: ciò che vediamo è l’insieme di Mandelbrot».

Il viaggio nella terra di Tor’ BledNam è l’inizio del capitolo che Roger Penrose dedica al rapporto tra matematica e realtà nel volume «La mente nuova dell’Imperatore». Per lui l’insieme di Mandelbrot è un esempio stupefacente di come il pensiero venga guidato verso una verità eterna che ha una sua propria realtà, solo parzialmente rivelata a qualcuno di noi.

«Possiamo paragonare il matematico a un esploratore. Nella sua ricerca della realtà matematica, crea degli strumenti di pensiero. Ma non bisogna confonderli con la realtà matematica in sé», ha spiegato il matematico Alain Connes, dialogando con il neurobiologo JeanPierre Changeux. Ed è una vera indagine da esploratore quella che ha dato vita alla mostra «The islands of Benoît Mandelbrot: fractals, chaos and the materiality of thinking», curata da Nina Samuel al «Bard Graduate Center» di New York fino al 27 gennaio 2013.

Scrive la studiosa, che ha avuto accesso ai luoghi di lavoro del matematico, dopo la sua scomparsa, il 14 ottobre 2010, come l’ufficio al «Watson Research Center» dell’Ibm: «Una parte importante del lavoro di Mandelbrot gira intorno al tema delle isole, che esemplifica l’uso e il potere delle immagini nella scienza». Ed è proprio questo il tema della mostra. Cercare di ricostruire il modo di pensare del celebre matematico. Tenendo presente che il processo che ha portato alla creazione (o scoperta) di immagini diventate popolarissime - i frattali appunto - ha contribuito alla fama di Mandelbrot al di fuori della cerchia degli scienziati, ma anche a una sottovalutazione del suo lavoro da parte dei matematici stessi.

Al centro ci sono i disegni - stampati dai computer - che esemplificano una tecnica di visualizzazione scientifica forse unica. Il titolo della mostra deriva da un breve film, realizzato tra ‘71 e ‘75 dallo stesso Mandelbrot, «The Island of Dr. Mandelbrot»: il titolo si ispira al romanzo di Wells «The Island of Dr. Moreau». Ed è interessante che il matematico avesse scelto un titolo che rimandava alla fantascienza per i primi esperimenti su quelli che nel ‘75 inizierà a chiamare «frattali»: lui - sottolinea la Samuel - non ha mai saputo programmare un pc, ma usava penne e matite o la macchina da scrivere. Erano i suoi assistenti a portare avanti gli esperimenti al computer. Mandelbrot, infatti, voleva privilegiare le immagini, rompendo con la tradizionale distinzione tra l’uso delle immagini in arte e nella scienza, dove si suppone che le immagini siano non ambigue. Amava dire che «vedere è credere», parafrasando Georg Cantor, secondo il quale «vedo ma non credo», a proposito degli oggetti geometrici.

La curatrice privilegia il punto di vista di Changeux, secondo il quale «è sbagliato assumere che esista una realtà mentale autonoma, indipendente dal mondo delle esperienze sensoriali, un mondo in cui idee e concetti possono essere investigati senza alcun riferimento alla realtà materiale, sia che si tratti di arte che di matematica». Ma, forse, Mandelbrot la pensava come Connes: «Credo che il matematico sviluppi un senso irriducibile alla vista, all’udito e al tatto, che gli permette di percepire una realtà vincolante come la realtà fisica, ma molto più stabile, perché non localizzata nello spazio-tempo».



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Fonte
http://www.lastampa.it/2012/10/17/s...








 

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