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Harvard i test per vincere il jet lag: “Il segreto è in un nuovo software

  Autore: ELISA FRISALDI

  mercoledì 10 ottobre 2012 ore: 00:00:00 - letto [ 2299 ]

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Quando si dice «astronauti», si pensa subito a super-uomini che devono essere sempre pronti a entrare in azione, che si tratti dell’istante in cui ogni dettaglio è stato predisposto per il lancio nello spazio oppure dell’imprevisto che può mettere a rischio l’esito di un’intera missione.

Se non regolamentato con la massima precisione, questo tipo di organizzazione del tempo e del lavoro può mettere a repentaglio l’efficienza e la sicurezza dell’equipaggio, dal momento che comporta effetti collaterali simili a quelli dovuti al «jet lag», tipico di chi viaggia spostandosi a diverse latitudini e attraversando più fusi orari.

E’ dagli Anni 90 che la Nasa ha deciso di investire nella messa a punto di specifiche contromisure: consistono in programmi di stimolazione con fasci di luce dell’intensità e della lunghezza d’onda necessarie a spostare avanti o indietro i ritmi circadiani degli astronauti, che così possono affrontare le missioni nelle ore in cui sono più reattivi e, in generale, nelle migliori condizioni psicofisiche.

L’alternanza costante tra la veglia e le diverse fasi del sonno è il più noto dei ritmi circadiani, una serie di automatismi di origine antichissima che consistono, ciascuno, in una sequenza di eventi fisiologici della durata complessiva di circa 24 ore e dall’andamento ciclico. Ma è grazie agli input che la luce trasmette ai nostri occhi che i ritmi circadiani dell’organismo entrano in sincronia con l’alternanza tra il giorno e la notte. Ecco, quindi, che i programmi di stimolazione luminosa, eseguiti con il dovuto anticipo rispetto alla data del lancio, permettono all’astronauta di dormire fino a poche ore prima dell’«ora x», che sia prevista per le 3 del mattino o per le 10 della sera.

Ma la ricerca sta andando oltre e nei prossimi anni si pensa di affiancare alla terapia della luce un programma informatico che consente di prevedere lo «stato d’allerta» e le «capacità performative» del singolo individuo nei diversi momenti di una giornata, offrendo quindi la possibilità di intervenire con specifiche azioni correttive. Il merito della messa a punto del software va a Elizabeth Klerman, professore associato della Harvard Medical School, che al Brigham and Women’s Hospital di Boston studia in profondità tutte le dinamiche dei ritmi circadiani.

«Il nostro software, che abbiamo messo a disposizione della Nasa, prevede che siano le persone stesse, una volta scaricato e installato il programma sul proprio computer, a inserire le informazioni necessarie: “A che ora mi sono svegliato, quando sono andato a dormire, per quante ore sono stato esposto alle luce”», spiega la professoressa Klerman.

«Oltre a essere il punto di partenza sul quale impostare gli interventi correttivi - continua - questi dati ci consentono di quantificare il possibile scarto tra come il singolo individuo percepisce il proprio stato d’allerta e la qualità oggettiva delle sue performances». Secondo gli esperimenti che Klerman ha condotto su individui sani, infatti, è molto difficile percepire gli effetti della mancanza cronica di sonno, tipica per esempio di chi dorme poco durante la settimana e pensa di riuscire a recuperare gli arretrati nel week-end. Il motivo è che al risveglio da quello che si considera il «sonno ristoratore», e per le 4-6 ore successive, non si nota alcuna differenza nelle nostre capacità di reazione, fenomeno che subentra soltanto in seguito.



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Fonte
http://www.lastampa.it/2012/10/10/s...








 

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