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Il potere degli introverso è fondamentale per l’evoluzione dell’umanità, grazie a loro abbiamo la teoria della relatività, le opere di Van Gogh, Chopin, Orwell, Google, Microsoft, Apple, ecc

  Autore: Piero Legora

  giovedì 15 marzo 2012 ore: 00:00:00 - letto [ 3761 ]

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Misantropi di tutto il mondo, unitevi! È uno slogan che non avrà mai successo proprio per l’avversione degli introversi a fare gruppo. Ma sappiate che se gli introversi non fossero mai esistiti, oggi non avremmo la teoria della relatività, i quadri di Van Gogh, i notturni di Chopin, 1984 di Orwell, i Peanuts, Google, Microsoft e Apple. Ce lo ricorda un nuovo saggio, Quiet: the power of introverts in a orld that can’t stop talking (Il potere degli introversi in un mondo che non può smettere di parlare, edizioni Penguin, in uscita in lingua inglese a fine marzo), di Susan Cain, opinionista su Psychology Today e soprattutto introversa, che è riuscita ad affermarsi in settori ostici per chi preferisce la solidtudine, come l’avvocatura e la consulenza aziendale. Il saggio sottolinea come, nonostante il contributo di idee delle persone riservate e taciturne sia stato fondamentale per l’umanità, l’introversione sia ancora oggi stigmatizzata come qualcosa di cui vergognarsi: una sorta di malfunzionamento sociale.

Il successo degli estroversi
Tanto più grave nell’era degli open space e dell’esibizionismo su Facebook. Già, viviamo in una società creata su misura per i piacioni ed i chiacchieroni: basta citare lo studio degli psicologi Paulhus e Morgan della University of British Columbia, secondo cui valutiamo gli estroversi più intelligenti e più interessanti di quanto siano, e scambiamo la velocità nel parlare con la competenza. L’estroversione è una qualità positiva, beninteso, il guaio è che è diventata uno standard tirannico e pervasivo, dall’asilo all’ufficio.
Eppure gli introversi sono un esercito quieto ma vastissimo: gli psicologi li contano tra un terzo e metà dell’umanità. Se li si schernisce, insomma, non è perché siano pochi o non sappiano difendersi, ma solo perché sono meno chiassosi degli altri. In loro soccorso arriva Susan Cain, che per scrivere il suo saggio ha intervistato decine di scienziati esperti di temperamento e di psicologia dell’evoluzione.

Non più introversi, ma pensatori
E ci incoraggia a ridefinire coloro che preferiscono rifugiarsi nella propria mente piuttosto che mischiarsi alla folla: non più “introversi”, ma “pensatori”. Indispensabili per ogni progresso, perché la solitudine è il vero catalizzatore per l’innovazione mentre la socialità è il rifugio di chi è meno originale e creativo. Del resto un po’ di solitudine e quiete, sotto sotto, sono realtà apprezzate proprio da tutti. Così Susan Cain spiega il successo degli SMS: sono così popolari perché permettono di sostituire le telefonate con comunicazioni asincrone, più riposanti e affrancate dall’urgenza indifferibile di una conversazione in tempo reale.

L’importante è non confondere tra timidezza, ossia timore del giudizio sociale altrui, e introversione, che è soprattutto un modo di reagire agli stimoli, in particolare quelli sociali. Introversi si nasce: lo psicologo americano Jerome Kagan ha mostrato che chi, all’età di quattro mesi, reagisce con disappunto di fronte ad esperienze insolite come nuovi volti umani, nuovi oggetti o nuovi odori, ha un’amigdala (area del cervello che regola la paura) più sensibile della media, che lo porterà a diventare un adulto quieto e attento. Ossia qualcuno che dà il meglio di sé quando è in un ambiente dove gli stimoli esterni sono ridotti al minimo. Tutto il contrario per gli estroversi, che hanno bisogno di assumere dall’esterno una grande quantità di stimoli e dipendono dal contesto sociale per la loro vita interiore: del resto tutti noi abbiamo qualche conoscente logorroico che sembra formulare i suoi pensieri proprio mentre li esprime in parole.

Come possono salvarsi gli introversi in un mondo che non sa apprezzarli? Innanzitutto procurandosi nicchie di rilassante solitudine durante la giornata (sia in ufficio che a casa), nelle quali ricaricarsi per poi poter interagire con gli altri senza problemi. E poi sforzandosi di considerare le comunicazioni di gruppo, ad esempio i party o le riunioni, come se fossero una serie di comunicazioni vis- à -vis tra due persone, dove la qualità di ciò che si dice può avere la meglio sulla quantità o sul volume della voce.



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Fonte
http://www.nature.it/scienze/il-pot...








 

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